Dal pane al gelato, passando per la pasticceria contemporanea, fino alla cucina etnica: una selezione di indirizzi che racconta il nuovo volto gastronomico di Marconi, tra identità, ricerca e nuove contaminazioni

di Fabrizio Corgnati
Marconi è uno di quei quartieri romani che sfuggono alle narrazioni più immediate della città, lontano dalle cartoline del centro storico e dalle rotte turistiche più battute. Eppure, proprio nella sua dimensione più quotidiana e autentica, sta prendendo forma una delle scene gastronomiche più sorprendenti della Roma contemporanea. Tra palazzi anni Sessanta, strade ampie e un tessuto urbano in continua trasformazione, questa zona sta vivendo una nuova stagione, fatta di insegne che mescolano memoria e innovazione.
Negli ultimi anni, accanto agli indirizzi storici che continuano a essere punti di riferimento per gli abitanti del quartiere, sono nate sempre più realtà capaci di intercettare un pubblico curioso e trasversale. Forni agricoli, pizzerie contemporanee, botteghe ibride e cucine dal respiro internazionale disegnano rotte inaspettate, dove il cibo diventa racconto di identità e cambiamento. Questa selezione di otto indirizzi restituisce proprio questo: il ritratto di un quartiere non centrale per la sua posizione geografica, ma che lo sta diventando nella mappa del mangiare bene a Roma.
Forno: Triticum Micropanificio Agricolo

Nel panorama in fermento del quartiere Marconi, Triticum Micropanificio Agricolo rappresenta il punto di partenza di una piccola ma significativa rivoluzione gastronomica. È qui che Matteo Valentini ha deciso di reinventare il proprio percorso professionale: lasciate alle spalle le cucine stellate milanesi dopo il Covid, si è immerso da autodidatta nell’arte bianca, studiando le tecniche di panificazione internazionali e rielaborandole attraverso il filtro dei gusti e delle materie prime italiane. L’avventura è iniziata in chiave domestica, nel suo appartamento di Acilia, con una produzione venduta online che, nel giro di poco più di un anno, ha conquistato una clientela fedele, tanto da convincerlo ad aprire il suo punto vendita il 15 giugno 2022.
Gli inizi sono stati quelli tipici di una microimpresa artigianale: due persone appena e un carico di lavoro totalizzante, con Valentini impegnato in ogni fase, dalla produzione alla gestione, dalle cinque del mattino fino alle nove di sera. Oggi Triticum è una realtà strutturata che dà lavoro a sette persone e ha ampliato la propria offerta senza tradire le origini. I pani simbolo (da quello di campagna ai cinque cereali e semi, fino alle varietà Tumminia e Monococco) restano fedeli alle ricette degli esordi casalinghi, affiancati da due proposte monovarietali giornaliere e da una selezione limitata di pani conditi del sabato, pensati in base alla stagionalità.
Uno degli elementi distintivi del locale è il laboratorio a vista, concepito per instaurare un dialogo diretto con il quartiere e raccontare la complessità che si cela dietro un alimento apparentemente semplice come il pane. La trasparenza produttiva si riflette in una forte attenzione alla sostenibilità e alla filiera: Valentini seleziona piccoli mulini italiani, tra cui realtà regionali come Di Traglia a Bracciano, e lavora esclusivamente con lievito madre e lunghe lievitazioni naturali di almeno 24 ore. Ogni pane nasce da un impasto studiato ad hoc, con blend di farine calibrati in funzione di forma, pezzatura e cottura, a testimonianza di una ricerca tecnica rigorosa.
Se all’inizio il quartiere ha accolto Triticum con una certa diffidenza, soprattutto per i prezzi più elevati rispetto alla media, è stata la qualità che gli ha permesso di fare la differenza. Oggi il micropanificio è diventato un punto di riferimento non solo per i residenti storici, ma anche per una clientela giovane e consapevole, spesso proveniente da altre zone della città. «Ho trovato consumatori molto attenti al prodotto e questo è sfidante, mi spinge a tenere l’asticella alta», Attorno al progetto si è creata una vera comunità, che riconosce e sostiene la filosofia di Valentini, premiandone la coerenza e contribuendo a consolidare il ruolo di Marconi come uno dei nuovi epicentri del food romano.
Indirizzo: Via Giuseppe Peano 10-12, Roma
Telefono: 06 5578094
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Pasticceria: Aura

Dalla sua apertura che risale soltanto allo scorso 25 dicembre, Aura Pastry Lab si è già affermato come un indirizzo imprescindibile per chi cerca una pasticceria contemporanea capace di unire tecnica e sensibilità. Il progetto è firmato da Valeria Zeloni e Riccardo Polizzi, coppia nella vita e nel lavoro, con solide esperienze nell’hotellerie di alto livello. Dopo anni trascorsi tra cucine e bar di grandi alberghi, i due hanno scelto il quartiere Marconi per dare forma a un’idea personale di pasticceria: un luogo essenziale, curato nei dettagli, dove il laboratorio a vista dialoga con un bancone elegante e luminoso. Il nome “Aura”, che nella sua etimologia latina richiama una brezza leggera, riflette proprio il desiderio di aprire una nuova fase, portando freschezza in un settore spesso legato a codici rigidi.
L’identità del locale ruota attorno a monoporzioni e mignon, pensati per offrire un’esperienza precisa e accessibile allo stesso tempo. Le preparazioni spaziano tra grandi classici (cheesecake, tiramisù e millefoglie) e interpretazioni più attuali, come la rivisitazione della Sacher in forma di tartelletta. Accanto a queste, non mancano torte da forno in versione individuale, cookies e una selezione di piccoli dolci che rendono la proposta varia ma sempre coerente. Ogni elemento è realizzato internamente, dai savoiardi alle glasse, a testimonianza di un approccio artigianale rigoroso ma mai ostentato.
Aura Pastry Lab si distingue anche per l’atmosfera raccolta e per una formula che si discosta dalla classica caffetteria di quartiere. Niente servizio tradizionale al banco, ma una proposta di bevande essenziale e ricercata, tra caffè filtro della torrefazione di Fabrizio Rinaldi a Ciampino, tè, infusi, cioccolata calda e succhi di frutta biologici, pensata per accompagnare i dolci senza sovrastarli. Qualche seduta informale invita a fermarsi e osservare il lavoro in laboratorio, rafforzando l’idea di un luogo autentico, dove ogni creazione nasce da concentrazione, cura e rispetto per la materia prima.
Indirizzo: Via Luigi Magrini 8, Roma
Telefono: 328 8833215
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Ristorante: Sbracio

Sbracio si è imposto come uno degli indirizzi più interessanti della nuova ristorazione romana, grazie a una proposta che ruota attorno alla cottura alla brace reinterpretata con sensibilità contemporanea. A fondarlo, nel 2021, sono stati Francesco Formicola e Andrea Cavallaro, due professionisti accomunati da un percorso costruito tra studio, tecnica e passione. Cavallaro, oggi executive chef del locale, si è formato presso A tavola con lo chef e ha maturato esperienze importanti all’Hotel Hassler e da Per Me di Giulio Terrinoni, dove ha incontrato Formicola, laureato in Scienze biologiche ma da sempre attratto dalla cucina, poi perfezionatosi ad Alma. Nato inizialmente con un’impronta più vicina allo street food, Sbracio ha progressivamente evoluto la propria identità verso una cucina più strutturata e personale, capace di fondere immediatezza e ricerca.
Il cuore del progetto resta il fuoco vivo. Per Andrea Cavallaro la brace non è soltanto una tecnica di cottura, ma un linguaggio gastronomico profondamente emotivo, legato ai ricordi dei falò di Ferragosto e a una dimensione conviviale e ancestrale del cucinare. In un equilibrio costante tra istinto e precisione, la sfida di Sbracio è proprio quella di domare una cottura spesso considerata ruvida per trasformarla in uno strumento di valorizzazione della materia prima. «Il piatto deve essere buonissimo» è il mantra che guida la cucina del ristorante, a partire dalla selezione degli ingredienti: dalle carni fornite da The Wolf, azienda laziale impegnata nella valorizzazione di razze come modicana e podolica, fino a eccellenze internazionali come il manzo del Nebraska o l’agnello grass fed neozelandese. Accanto a queste, trovano spazio altri fornitori della regione: dalle verdure dei produttori locali, al caffè specialty dai germogli di Microkush al pesce di Luxittica.
Da Sbracio, infatti, la brace non è soltanto sinonimo di carne. Il fuoco diventa uno strumento creativo capace di attraversare tutto il menu, dalle verdure ai primi piatti. È così che ingredienti tipicamente romani come agretti e puntarelle incontrano le braci, mentre preparazioni insolite (come pasta e cannelloni cotti sul fuoco vivo) raccontano una ricerca tecnica originale ma mai fine a sé stessa. Non mancano neppure suggestioni orientali, soprattutto dalla cucina cinese e giapponese, che si traducono in piatti come i gyoza passati alla brace, in un dialogo continuo tra memoria italiana e contaminazione internazionale.
In pochi anni Sbracio è riuscito a ritagliarsi uno spazio preciso nel tessuto gastronomico di Marconi, quartiere popolare e densamente abitato che negli ultimi anni sta vivendo una fase di forte fermento culinario. Ed è proprio il rapporto con il territorio uno degli aspetti che i fondatori considerano più significativi: la presenza sempre più numerosa di clienti residenti in zona testimonia infatti come il ristorante sia diventato un punto di riferimento stabile per il quartiere, capace di coniugare ambizione gastronomica e spirito di comunità.
Indirizzo: Via Enrico Fermi 142, Roma
Telefono: 06 45544466
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Gelateria: Stefano Ferrara Formaessenza

Per decenni il gelato è stato racchiuso entro confini ben definiti, tra coni, coppette e prodotti confezionati. Un immaginario consolidato che, pur evolvendosi nella qualità e nella tecnica, è rimasto legato a schemi precisi. Con Stefano Ferrara, i carica come miglior gelatiere del Lazio, questo paradigma viene messo in discussione: la sua visione rompe gli argini della tradizione e apre a una nuova dimensione espressiva, dove il gelato smette di essere un semplice prodotto da passeggio per trasformarsi in un vero e proprio dessert contemporaneo. È da questa spinta innovativa che nasce Formaessenza, inaugurato nell’aprile 2024 nel quartiere Marconi, un progetto che incarna una filosofia libera da convenzioni e orientata alla ricerca pura.
Il percorso di Ferrara, in carica come miglior gelatiere del Lazio e brand ambassador della nocciola Romana D.o.p grazie all’Azienda agricola Il Casale dell’Arcipretura di Carbognano, non segue una traiettoria convenzionale: approdato al mondo del food dopo un’esperienza nell’esercito, costruisce la propria identità professionale attraverso studio, sperimentazione e una crescente attenzione alla materia prima. Dalla prima gelateria fino al laboratorio avanzato del Gelato Lab, il suo lavoro si è sempre distinto per un approccio rigoroso e consapevole, con particolare attenzione alla riduzione degli zuccheri e alla valorizzazione del gusto autentico. La sua idea è chiara: il gelato deve emanciparsi dai limiti imposti dal consumo rapido e dal prezzo accessibile, per acquisire la dignità di un prodotto complesso, capace di dialogare con la pasticceria e di esprimere una dolcezza più misurata e funzionale all’equilibrio complessivo.
Formaessenza rappresenta il punto di sintesi di questa evoluzione. Qui il gelato abbandona definitivamente i suoi contenitori tradizionali per essere proposto in barattoli di vetro, pensati per esaltare texture, stratificazioni e abbinamenti. Sei le linee di prodotto che articolano l’offerta, ciascuna con una propria identità: dalle torte semifredde ai gusti caratteristici, dalle interpretazioni classiche alle varianti vegane, fino alle proposte senza zuccheri aggiunti sviluppate con il supporto della ricerca scientifica. Ogni creazione nasce da un attento studio di consistenze e temperature, con accostamenti costruiti secondo logiche di food pairing che amplificano l’esperienza sensoriale.
Accanto al contenuto, anche la forma gioca un ruolo decisivo. Ferrara reinterpreta alcuni simboli dell’industria gelatiera in chiave artigianale, dando vita a nuove declinazioni come stecchi evoluti, biscotti personalizzabili e piccoli bon bon ad alta complessità gustativa. Merita una menzione particolare I-Conico, che reinterpreta il famoso Cornetto Algida secondo la filosofia Formaessenza: una struttura verticale senza spazi vuoti, dove sei consistenze si alternano dalla punta all’apice creando un’esperienza completa di gusto e texture, attualmente presente in due formati (standard e mini) e due versioni che rappresentano i gusti di Ferrara più amati di sempre: gianduia e pistacchio. Il tutto prende forma in un laboratorio altamente tecnologico, dove macchinari di ultima generazione supportano processi precisi e innovativi. In questo ambiente, condiviso con la moglie e il team, la creatività si alimenta di competenze tecniche e visione collettiva, dando vita a un modello produttivo che unisce benessere lavorativo, sostenibilità e continua sperimentazione. Formaessenza non è solo una gelateria, ma un manifesto di come il gelato possa essere ripensato nel presente, e soprattutto nel futuro.
Indirizzo: Via Enrico Fermi 102, Roma
Telefono: 06 5578634
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Bottega: Hettaro Bottega & Mescite

A pochi passi dal Gazometro, Hettaro Bottega e Mescite si inserisce nel tessuto di Marconi con un’idea che va oltre la semplice bottega alimentare. Il progetto porta la firma di Gian Marco Pierantozzi, già noto per aver lanciato cinque anni fa Hettaro in zona Boccea, insieme al socio Alessandro Pau. Qui la spesa quotidiana si intreccia con il tempo della socialità: una macchina del caffè sempre in funzione, una selezione di vini che raccontano territori e produttori, e la possibilità di fermarsi, bere, mangiare qualcosa e vivere lo spazio in modo informale, trasformando un gesto ordinario in un’esperienza condivisa.
La scelta di Marconi non è casuale: quartiere popoloso e in pieno fermento, anche urbanistico, rappresenta il terreno ideale per una “bottega evoluta” che ambisce a diventare un punto di riferimento locale per il caffè specialty e il vino, aperto 7 giorni su 7 dalle 9 alle 22. La sede, ricavata al piano terra dell’ex fabbrica Galbani, gioca sul contrasto tra memoria industriale e nuova convivialità. Gli spazi (circa 80 metri quadrati con un dehors interno da una trentina di coperti) sono pensati per essere fluidi: banco frigo e caffetteria convivono con gli scaffali dedicati a conserve, ortaggi e prodotti selezionati, mentre un soppalco apre alla possibilità di soste più lunghe, tra smart working e studio.
Alla base del progetto c’è il percorso personale di Pierantozzi, cresciuto in una famiglia di agricoltori e tornato alla terra dopo una parentesi lontana dal settore. Un ritorno però consapevole e contemporaneo, che si intreccia con l’incontro con Pau e con l’idea di unire filiera agricola corta e cultura del caffè di qualità, con una particolare attenzione ai piccoli produttori del territorio: dalle torrefazioni fino al latte per i cappuccini (anche con scelte insolite come il latte di capra). L’offerta dolce segue la stessa linea, privilegiando le classiche preparazioni della nonna, come crostate, plum cake, zabaione e pane ricotta e marmellata, accanto ai prodotti freschi della bottega.
Alla colazione “di casa” si alternano piatti semplici ma completi per il pranzo e la cena e una particolare cura per l’aperitivo, pensato come momento di relax in cui godersi non solo la qualità del prodotto, ma anche quella delle relazioni. «La connessione con il cliente è l’aspetto che amo di più di questo lavoro», sottolinea Alessandro. «In questi primi due mesi di apertura la prima risposta del quartiere è positiva: chi entra qui poi ritorna e diventa cliente. Stiamo lavorando molto per costruire nel tempo una relazione diretta con il quartiere e adattare la proposta alle esigenze di chi lo vive quotidianamente».
Indirizzo: Via Pietro Blaserna 90, Roma
Telefono: 392 6899283
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Pizzeria al taglio: Nonnarè

Nonnarè è il nuovo indirizzo da tenere d’occhio a Marconi, nato dall’idea di Alessio Pili, pizzaiolo giovane ma con un percorso già solido alle spalle. Diplomato nel 2015 all’Api, la scuola nazionale di pizza di Angelo Iezzi, ha fatto la gavetta in un locale sulla Prenestina, coltivando fin da subito una visione del suo mestiere autentica e senza fronzoli. Lo si capisce fin dal nome dell’insegna, allo stesso tempo un omaggio e una dichiarazione d’intenti: Nonnarè sta per “Nonnarella”, come chiamava affettuosamente la nonna Lucia, che gli portava la pizza fuori da scuola. Già quando si mette il primo piede dentro al locale si respira un’atmosfera visceralmente romana, tra pareti tappezzate di foto dell’As Roma e un’accoglienza calorosa che non esclude nessuno, «nemmeno i tifosi rivali», come ama scherzare Alessio.
La filosofia è chiara e dichiarata: «Il cibo che, quando lo mangi, ti suscita un ricordo ha più valore di mille pensieri gourmet». Al centro del progetto c’è dunque la pizza romana tradizionale, bassa, friabile e “scrocchiarella”, quella da pizzeria di quartiere di una volta. Una pizza che, al morso, risulta croccante e leggera, con una cottura perfetta, ben tostata ma mai eccessiva. Dopo l’apertura del primo locale a Garbatella, quartiere d’origine di Alessio, baciato da un successo che ha superato le aspettative, il 28 marzo è arrivato il momento di Marconi. Una scelta non casuale, dettata dall’amore per i quartieri popolari e dalla convinzione che qui si stia sviluppando una nuova identità gastronomica. Nonnarè non rincorre le mode social, ma punta sul rapporto diretto, umano e quotidiano, costruendo giorno dopo giorno una clientela affezionata e fidelizzata.
Anche l’offerta di farciture riflettono questa visione, recuperando la semplicità e il gusto delle ricette di una volta. Si va dalla marinara, generosamente unta con un profumato battuto di aglio e prezzemolo, alle polpettine al sugo, morbide e arricchite dal pecorino grattugiato, fino alle pizze ripiene, come la richiestissima gorgonzola e mortadella o la leggera rughetta e bresaola con lo stracchinato al posto del grana per dare umidità, oppure il superclassico tonno e pomodoro con insalata e maionese. Non manca la contaminazione con la cucina romana tradizionale: sulla pizza compaiono trippa, lingua in salsa verde, coratella o polpette di bollito, variando in base alla disponibilità quotidiana per garantire sempre la freschezza dei prodotti.
Grande attenzione è riservata anche alla materia prima, selezionata esclusivamente tra fornitori di zona, in un’ottica di collaborazione e valorizzazione del quartiere: le carni vengono dal macellaio Massimo Natoli, gli ortaggi (tutti regionali) dalla frutteria Frutta e primizie. Anche per l’olio extravergine d’oliva sta nascendo una collaborazione con un oleificio dei Castelli romani. I prezzi sono anch’essi decisamente accessibili, tra i 2 e i 3 euro al trancio, a conferma di un’identità coerente e popolare fino in fondo.
Indirizzo: Piazza Enrico Fermi 16, Roma
Telefono: 328 5367252
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Cucina etnica: Sinosteria

Tra i punti di riferimento storici di Marconi va sicuramente annoverata Sinosteria, in una porzione ancora più periferica del quartiere, ai confini con San Paolo e con un’identità inevitabilmente segnata dalla presenza di Roma Tre e di una clientela più giovane. «Una zona non facile», racconta il proprietario Jun Ge, «ma noi abbiamo dato prova di grande resilienza». In effetti la storia del locale è quella di un presidio costruito nel tempo: la famiglia Ge arriva qui nel 2012, quando i genitori di Jun rilevano un ristorante cinese già esistente, mentre lui studia ingegneria proprio nelle vicinanze. Poi, quasi naturalmente, l’aiuto dato in sala e in cucina si trasforma in passione. Jun approfondisce il mondo del food e del vino con master e diplomi dedicati a vino, sakè, olio extravergine e tè, fino a prendere in mano il locale in prima persona nel 2019.
Il nome Sinosteria racconta bene la filosofia del progetto. Come nelle osterie di una volta, infatti, la figura dell’oste è centrale: Jun è presenza costante, anima accogliente ma anche guida precisa di un percorso gastronomico costruito con idee molto chiare. L’impronta dell’ex studente di ingegneria si percepisce nella razionalità con cui ha ridefinito il locale, mantenendo saldo il legame con la cucina cinese tradizionale (nelle tecniche di cottura e nell’armonia dei sapori) ma adattandola all’evoluzione del gusto contemporaneo e al contesto romano, senza trasformarla in un’esperienza elitaria. «Mangiare da me non deve essere un lusso», ripete spesso, sintetizzando una visione che punta alla qualità senza sacrificare accessibilità e convivialità.
Le ricette attingono quasi tutte alla tradizione cinese, ma vengono ripensate attraverso una ricerca rigorosa sugli ingredienti, prevalentemente italiani. Le carni provengono da allevamenti allo stato brado o semibrado, le verdure seguono la stagionalità grazie alla collaborazione con il produttore laziale Orto dei Gelsi, mentre le uova sono quelle pluripremiate di San Bartolomeo. «Non avrebbe senso estremizzare con l’importazione, non sarebbe sostenibile», spiega Jun. Accanto ai piatti più tradizionali convivono però creazioni personali che abbracciano la cucina italiana: un riso con zafferano, pollo e zest di agrumi, cotto quasi come un risotto, oppure un riso con gamberi, capperi e origano, attraversato dai profumi della macchia mediterranea. Bando agli integralismi: «Sono innovativo, ma senza dimenticare la mia identità».
Negli anni Jun Ge ha trasformato radicalmente Sinosteria, modificando il servizio di sala e persino eliminando ricette molto richieste che non sentiva più rappresentative della propria idea di cucina. Una scelta che inizialmente ha spiazzato parte della clientela, ma che alla lunga gli ha permesso di costruire un ambiente più coerente con il proprio approccio umano e professionale. «Preferisco lavorare in un modo che renda felici e rilassati noi per primi, perché i clienti lo percepiscono e si sentono bene». Anche la decisione, introdotta dallo scorso dicembre, di non accettare tavoli oltre le cinque persone nasce da questa filosofia: migliorare la qualità dell’esperienza, alleggerire i ritmi della sala e preservare quell’atmosfera raccolta che il locale rivendica fin dal suo sottotitolo, “il ritrovo della felicità”.
Indirizzo: Viale Guglielmo Marconi 586, Roma
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Birreria: Birrificio Marconi

Nel cuore del quartiere, il Birrificio Marconi è diventato in dieci anni un punto di riferimento per gli amanti della buona birra. Da tre anni il locale è guidato da una coppia affiatata quanto complementare: una bar lady e un mastro birraio che hanno trasformato questo indirizzo in qualcosa di più di un semplice pub. Loro stessi preferiscono definirlo una “birreria con cucina”, perché qui la birra non è soltanto una bevanda da spillare, ma un universo da raccontare, spiegare e condividere con chi ha voglia di scoprirlo.
La selezione brassicola è il cuore pulsante del progetto: 22 spine che ruotano seguendo stagioni, stili e nuove scoperte. Da una parte i grandi birrifici storici internazionali, dall’altra le realtà più innovative della scena contemporanea, con un’attenzione speciale al Lazio e ai produttori romani come Jungle Juice, Rebel’s e Radiocraft. Tra le chicche del locale c’è anche la spillatura tradizionale a pompa, tecnica tipica dei pub britannici oggi sempre più rara: un sistema complesso da gestire, perché la birra ha una durata più breve e richiede quindi uno smercio costante, ma che restituisce un prodotto meno gassato e capace di valorizzare al meglio gli aromi. È anche da dettagli come questo che emerge la volontà di promuovere la vera cultura della birra di qualità, senza atteggiamenti elitari ma con competenza e passione. Se si chiede consiglio, ogni bicchiere diventa una storia fatta di territori, ingredienti e tradizioni.
La cucina segue la stessa linea, con un’identità dichiaratamente tex mex ma costruita su una ricerca accurata delle materie prime. Fornitori a chilometro zero, carne allevata allo stato semibrado e grande attenzione al biologico raccontano una cura che va ben oltre l’idea di fast food. Emblematico è il pollo fritto con una croccante panatura ai cornflakes, servito con una maionese fatta in casa alla birra affumicata e whisky torbato: un piatto semplice solo in apparenza, che rivela invece precisione tecnica e voglia di sperimentare. Non mancano poi proposte vegan pensate con la stessa attenzione, segno di un locale inclusivo e contemporaneo.
Ed è forse proprio questa apertura a rendere il Birrificio Marconi così rappresentativo del quartiere che lo ospita: internazionale, accogliente, informale ma consapevole. Qui convivono habitué della zona, appassionati di birra artigianale, studenti, famiglie e anche turisti in cerca di un autentico pub all’inglese. Alla base c’è l’idea più genuina della cultura del pub: creare socialità e diffondere consapevolezza, tanto sulla qualità di ciò che si mangia e si beve quanto su un rapporto equilibrato con l’alcol, lontano dagli eccessi quanto dalle demonizzazioni.
Indirizzo: Via Enrico Fermi 71, Roma
Telefono: 06 89538496
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